mercoledì 30 maggio 2012

Il 7% degli Italiani non puo' votare ...


Il Rapporto ''Italiani nel mondo'' della Fondazione Migrantes presentato stamane a Roma certifica che l'Italia resta un paese di emigrazione, tanto è vero che i residenti italiani all'estero risultano essere nel 2012 ben 4.208.977, ovvero il 6,9% dell'intera popolazione italiana.


Peccato che questo dato sia totalmente ignorato dal Ministero degli Esteri, che - praticamente di nascosto - ha deciso il 25, rendendolo noto solo ieri con una noticina celata nella pagina web dedicata ai comunicati stampa, di rinviare per l’ennesima volta le elezioni dei Comitati degli Italiani all’Estero, i Comites, ed il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, il CGIE.

Pretestando indicazioni emerse dai dibattiti parlamentari (ci piacerebbe sapere quali …) e senza nemmeno informare il Segretario Genrale del CGIE, il Ministro ha deciso di impedire agli Italiani all’estero di esprimere il proprio diritto costituzionale al voto, rimandando per la terza volta la data delle elezioni Comites, questa volta al 2014.

Se le prime 5 “regioni di partenza” sono la Sicilia, la Campania, il Lazio, la Calabria e la Lombardia, Napoli, Torino e Genova, sono invece, i Comuni a più forte emigrazione.

E’ triste ed inquietante constatare che quasi il 7% della popolazione italiana è privata del diritto di voto, nell’assordante silenzio dei media …

lunedì 21 maggio 2012

Ecco il secondo articolo dei giovani dell'ANPI, scritto la notte tra il 7 e l'8 maggio 2012. la giornata era stata dedicata alla prima visita al Campo di Auschwitz.

Squilla il telefono, apro gli occhi e guardo l’ora: 6:45.

Il traffico è già denso uscendo da Cracovia direzione Auschwitz. Preoccupazione, curiosità, inquietudine … è difficile descrivere i nostri pensieri mentre ci avviciniamo alla prima vera tappa del nostro viaggio. Le formalità per entrare nel campo - per noi - sono rapide ed il primo impatto è per ognuno una sensazione diversa: i binari, il filo spinato, la scritta tornata al suo posto.

Attraversiamo la barriera elettrificata ed entriamo nella prima baracca in cui, seguendo il percorso dei deportati, viviamo l’annullamento della persona umana: “eravamo donne e uomini scendendo dal treno, siamo un numero uscendo dalla baracca 1”.

La scala è stretta, i gradini sono consumati; nella stanza che si apre un vetro divide il visitatore di oggi da una raccapricciante montagna di capelli; la voce della guida ci racconta che nel tempo hanno cambiato colore, ma la memoria delle persone a cui sono appartenuti è viva dentro di noi. Usciamo con l’immagine delle latte di cianuro ed è il colore delle scarpe, da quelle con il tacco alle pantofole dei bambini, assieme ai nomi sulle valigie che ci accoglie nella seconda baracca.

Un cumulo di occhiali aggrovigliati, ricordi di vite infrante: la testa spaccata di una bambola di porcellana. Nel piazzale dell’appello il 7 di maggio ci sono 10 gradi. Nelle pozzanghere si riflette il plumbeo di un cielo soffocante.

Ripassiamo sotto la scritta, conservando nelle orecchie la storia di Luigi. Luigi sceglie di entrare ad Auschwitz per accompagnare la nonna e cozza contro la cruda realtà che li separa al primo appello. Non doveva essere il suo posto e non è il suo posto, tanto che gli adulti lo nascondono, lo proteggono, lo nutrono, gli disegnano un modo per sopravvivere. Luigi riattraverserà l’entrata del campo due anni dopo la liberazione ed è con lui che facciamo il viaggio di ritorno verso Cracovia.

Dai finestrini dell’autobus scorrono i ristoranti e gli hotel dall’altra parte del lager, che si confondono con le immagini dei nostri sorrisi tirati nel tentativo di confortarci e delle risate fuori posto di qualche turista dell’orrore.

Arriviamo davanti all’albergo con la consapevolezza del dovere della memoria: “nunca mas”, mai più.